Archivio 1870-1912


Premessa

Il lavoro di riordinamento e di inventariazione dell’archivio della Biblioteca Alessandrina, intrapreso nel 2007, fu concepito sin dal primo momento come un intervento unitario, volto alla riorganizzazione dell’intero archivio, sulla base degli schemi di ordinamento via via stabiliti dall’Istituto per le proprie carte nel corso del tempo. Dalla prima fase di quell’intervento, completata nel maggio del 2008, è risultato l’inventario che qui si presenta, limitato alle carte che vanno dal periodo immediatamente successivo all’annessione di Roma al 1912. La scelta di questa data è giustificata dalla considerazione che, essendo l’archivio articolato in parti o sezioni, ciascuna delle quali è contraddistinta da una struttura logica diversa, nel 1912 si verifica appunto la fine di una di queste parti e l’inizio di un’altra, in cui cambia nuovamente lo schema logico dell’archivio.
Ai documenti, conservati in cartelle di cartone, sono uniti i registri o protocolli della corrispondenza in arrivo e in partenza, ma soltanto a partire dal 1873.

La Biblioteca Alessandrina

Fondata da Alessandro VII, da cui trae il nome, con una bolla del 21 aprile 1667 con cui si intendeva costituire una “Libreria” per i professori e per gli studenti dell’Università degli studi, la Biblioteca fu aperta al pubblico il 5 novembre 1670 nell’edificio borromiano della Sapienza, in cui aveva sede lo Studio romano, a partire dal secolo XVI denominato La Sapienza. Nel 1815 Pio VII attribuì alla Biblioteca il diritto dell’esemplare d’obbligo, disponendo quindi che tutte le tipografie dello Stato pontifico dovessero consegnarle una copia di ogni loro pubblicazione. Grazie alle consistenti donazioni di materiale librario, l’Istituto era considerato la più ricca biblioteca dopo quella Vaticana. Con breve del 21 aprile 1683, Innocenzo XI autorizzò la Biblioteca a conservare i libri proibiti, riservandone però la lettura ai soli titolari di licenza. L’amministrazione, nei primi secoli affidata al Collegio degli avvocati concistoriali, che nominava il bibliotecario e i custodi, necessariamente ecclesiastici, a partire dalla restaurazione post-napoleonica fu affidata invece a un cardinale camerlengo.
A seguito dell’annessione di Roma al Regno d’Italia, Alfonso La Marmora, luogotenente generale del re, emanò il 3 dicembre 1870 un “regolamento provvisorio” per “la Biblioteca Alessandrina della Regia Università di Roma”, rimasto in vigore fino al 1876. Il regolamento, una copia del quale si conserva nel fascicolo n. 175 dell’archivio, fissava le funzioni della Biblioteca e ne disciplinava in soli 25 articoli le attività, dall’ordinamento interno alle dotazioni e agli acquisti, alle “discipline”, termine con cui si indicavano l’orario di apertura, il servizio della consegna delle pubblicazioni al pubblico e quello del prestito. Le proposte per l’acquisto dei libri erano presentate da una Commissione formata dal bibliotecario o soprintendente, dai presidi delle facoltà universitarie, da un membro dell’Accademia dei Lincei e da uno dell’Accademia di archeologia.
Fino al 1873, l’Alessandrina fu l’unica biblioteca statale in Roma aperta al pubblico.
Nel 1876, con la pubblicazione, tramite il regio decreto del 20 gennaio 1876, n. 2974, del “Regolamento organico delle biblioteche governative del regno”, le funzioni e l’organizzazione della Biblioteca Alessandrina furono regolate nell’ambito di un ordinamento generale delle biblioteche italiane. In primo luogo furono distinti gli istituti dipendenti dal Ministero dell’istruzione pubblica in due classi, le biblioteche autonome e quelle che “servono ad altro istituto al quale sono connesse”. All’interno di questo secondo gruppo, la Biblioteca Alessandrina fu assegnata alla prima delle due classi in cui furono suddivise le biblioteche universitarie, insieme con quelle di Bologna, Napoli, Padova, Palermo, Pavia e Pisa (art. 7). La responsabilità generale dell’istituto fu attribuita a un bibliotecario di nomina regia, scelto “a vita” e senza concorso fra gli impiegati appartenenti alla direzione delle biblioteche (art. 63). Al bibliotecario spettava dunque il compito di convocare il Consiglio di direzione (art. 53), organo incaricato di dare pareri sulle questioni che gli erano sottoposte, di tenere il carteggio ufficiale (art. 54) e di vigilare sulla condotta degli impiegati (art. 57).
Particolare attenzione dedicava il regolamento alla disciplina degli acquisti del materiale librario, che nelle città dove esistevano più biblioteche governative doveva essere “fatto comune”, come già previsto dal decreto del 10 marzo 1873, n. 1298. Nell’ambito del singolo istituto o di “ciascun gruppo di biblioteche” pertanto una commissione di nomina ministeriale prendeva le decisioni in merito. Nelle biblioteche universitarie di prima e di seconda classe la commissione aveva competenza soltanto nel limite dei quattro decimi della dotazione assegnata dal Ministero per l’acquisto di libri, mentre al rimanente provvedevano le facoltà, radunate in consiglio (art. 29). Il regolamento precisava poi gli obblighi relativi alla legge sulla stampa, lo scambio dei duplicati fra biblioteche e con i privati, la disciplina del “Corso tecnico” che poteva tenersi presso la Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma, istituita con decreto del 13 giugno 1875, n. 2540, e altre biblioteche “nazionali”, il servizio al pubblico, le particolari cautele con cui erano dati in consultazione libri rari, manoscritti, incisioni e disegni. Ai bibliotecari (direttori) era infine fatto obbligo di trasmettere annualmente e nel mese di luglio al Ministero della pubblica istruzione una relazione sull’istituto da loro diretto (art. 84), nella quale render conto del servizio pubblico, del prestito, degli incrementi, dei lavori di catalogazione e della condotta degli impiegati.
Nel Calendario del regno degli anni ’70 la Biblioteca Alessandrina era descritta fra gli “stabilimenti scientifici” dell’Università di Roma.
Il successivo decreto del 29 maggio 1881, n. 282, definì la Biblioteca Alessandrina “istituto che forma parte integrante dell’università romana e [che] come tale dipende dall’autorità accademica”. Il decreto metteva la sua dote a disposizione dell’Università degli studi e la destinava all’acquisto di libri “a pro dell’insegnamento”. “Una commissione composta dai presidi delle facoltà e dal bibliotecario e presieduta dal più anziano di quelli, raccoglie dai professori le proposte per l’acquisto di libri e delibera”.
Il regolamento approvato con decreto del 28 ottobre 1885, n. 3164, confermata la distinzione delle biblioteche governative fra quelle autonome e quelle che servono ad altri istituti, attribuiva al patrimonio librario delle biblioteche universitarie anche i libri che si trovano “presso i gabinetti, i laboratori, le cliniche, i musei e gli altri istituti o scuole speciali dipendenti dall’università”. Loro finalità era sostanzialmente quella di fornire a docenti e a discenti sussidi e strumenti adeguati ai tempi per studi e per ricerche.
Per assicurare che la biblioteca universitaria svolgesse efficacemente tale ruolo, il regolamento istituiva una Giunta di vigilanza in ogni università, composta dal rettore, che la presiedeva, dal capo della biblioteca e da alcuni professori (art. 56). Quest’organo consiliare aveva il compito (artt. 57-58) di deliberare su numerose materie, fra cui i lavori all’edificio, l’acquisto di libri, lo scambio di duplicati, la relazione annuale al Ministero dell’istruzione pubblica. La giunta aveva anche l’incarico di vigilare sulle biblioteche esistenti presso gli istituti dipendenti dalle università e di deliberare sui sei decimi della dotazione per l’acquisto di libri (il rimanente era affidato al bibliotecario, che doveva tener presenti anche le proposte degli studiosi). Il regolamento riconosceva e ampliava il ruolo del bibliotecario, assegnandogli anche il compito di corrispondere direttamente con il ministero, senza quindi il tramite del rettore dell’università, “per tutto ciò che si riferisce all’amministrazione, al personale e alla disciplina della biblioteca”. Affermato l’obbligo da parte del bibliotecario di trasmettere la relazione annuale alla Giunta di vigilanza che, tramite il rettore l’avrebbe inviata al Ministero (art. 72), il regolamento specificava che di quel documento non facevano parte le proposte di innovazione e che “per ogni singola proposta” il bibliotecario doveva presentare “una relazione distinta” (art.74). Era invece riservato alle Giunte di vigilanza il compito di fare proposte “a utilità della biblioteca universitaria e degli studiosi nell’accompagnare la relazione annuale”.
Ritenendo che il nuovo provvedimento non risolvesse il problema della subordinazione della Biblioteca all’Università, il bibliotecario Francesco Carta inviò il 28 dicembre 1888 al Ministero della pubblica istruzione una relazione, conservata nel fascicolo n. 85 dell’archivio, con cui proponeva, nell’ambito di un progetto complessivo di riordinamento del settore, di sostituire, nelle città di Roma, Firenze e Napoli, alla Giunta di vigilanza una Presidenza o Sovrintendenza delle biblioteche costituita da un presidente, un bibliotecario, un conservatore dei manoscritti, un professore di lingue moderne e un ragioniere-economo, con funzioni di segretario. Questo nuovo organo, non più legato all’università e inteso invece a conciliare gli interessi delle biblioteche speciali “dei gabinetti, delle facoltà e delle Scuole di Magistero”, avrebbe avuto anche il compito di ricevere le relazioni annuali delle biblioteche della città e di trasmetterle al Ministero e di coordinare a livello cittadino gli acquisti dei libri, gli orari di apertura e i servizi.
Importanti lavori di ristrutturazione dell’antico edificio furono realizzati, come testimoniano i documenti conservati nel fascicolo n. 183, fra la fine del sec. XIX e il primo decennio del successivo. All’annoso problema di reperire nuovi spazi per l’università di Roma, si cercò di provvedere prima individuando nuove sedi dove dislocare i corsi scientifici, poi con la costruzione e l’inaugurazione nel 1935 della città universitaria, dove si trasferì anche la Biblioteca.
Informazioni sulla storia della Biblioteca Alessandrina furono pubblicate da Carola Ferrari e Antonietta Pintor in La Biblioteca Alessandrina, Roma, Fratelli Palombi, 1960 (Associazione italiana per le biblioteche. Sezione di Roma. Guida delle biblioteche del Lazio e dell’Umbria, I).

L’archivio

I documenti prodotti dalla Biblioteca Alessandrina riflettono certamente la sua vita e la sua attività, ma anche le vicende della loro conservazione e i modi in cui l’Istituto intese organizzare e mantenere il suo archivio.
La documentazione precedente l’annessione di Roma al Regno d’Italia è compresa in quella del Collegio degli avvocati concistoriali, conservato presso l’Archivio di Stato di Roma nell’archivio dell’Università.
Le carte successive al 1870 si presentano organizzate in serie cronologicamente distinte, ciascuna con una struttura che riflette una sorta di titolario di classificazione, comprendente i titoli e le classi a cui i documenti dovevano essere assegnati. Queste categorie dovevano costituire, nelle intenzioni di chi aveva la responsabilità della formazione e della conservazione della memoria documentaria della Biblioteca, un sistema logico fondato sulle funzioni e sulle attività di questa. Le partizioni in cui è suddiviso l’archivio sembrano corrispondere ad archi temporali più o meno ampi, a volte coincidenti con una direzione e conclusi con un passaggio di consegne da un “bibliotecario” all’altro. In effetti l’articolazione dei titoli appare piuttosto confusa e testimonia una molteplicità di tentativi, spesso poco coerenti, di adattare l’archivio ai materiali documentari che l’Istituto acquisiva o produceva per le sue esigenze di funzionamento.
Allo stato attuale, nell’ambito del settore dell’archivio relativo agli anni 1871-1912, si sono individuate tre partizioni cronologiche, la cui organizzazione, non essendosi ritrovato alcun testo di titolario, si deve desumere a posteriori dall’esame degli stessi fascicoli.
La prima partizione, relativa agli anni 1871-1883, riflette una struttura dell’archivio in scatole in cui i fascicoli, segnati da un numero progressivo, sono disposti secondo un ordine piuttosto casuale. Negli anni 1883-1893, invece, si realizza una più razionale definizione delle funzioni e quindi delle categorie del titolario. Si determina in tal modo un rapporto diverso fra categoria e fascicoli, in genere del tipo “uno a molti”. Le categorie riflettono numerose importanti funzioni della Biblioteca: acquisto di libri, legature, amministrazione e contabilità, legge sulla stampa, proposte di modifica del regolamento organico, relazioni annuali al Ministero della pubblica istruzione, prestiti, doni, bollettino bibliografico, servizi interni e statistica, corrispondenza. Nel terzo periodo, che comincia con l’anno 1894 e termina con l’anno 1912, si nota una moltiplicazione delle categorie e una loro più distinta articolazione in classi. Oltre alle categorie già comprese negli ordinamenti precedenti, si riscontrano le seguenti: ordinamento, cataloghi e lavori bibliografici; commissione di vigilanza e acquisti; doni; diritto di stampa; scambi, prestiti, smarrimenti; esposizioni e incarichi speciali; dotazione della biblioteca e bilancio; locali, mobili, impianti e forniture; regolamento, istruzioni e circolari, ricerche bibliografiche, servizio al pubblico.
L’archivio è costituito da fascicoli, unità elementari comprendenti i documenti pertinenti un medesimo affare o una stessa attività.
Notizie su questo archivio furono pubblicate in Ministero per i beni e le attività culturali, Direzione generale per i beni librari e gli istituti culturali, Archivi di biblioteche. Per la storia delle biblioteche pubbliche statali. Biblioteca universitaria Alessandrina di Roma, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2002, pp. 231-243.

Ordinamento e inventario

Con l’obiettivo di ricostituire le strutture logiche via via attribuite dall’istituto al proprio archivio nel corso del tempo, si è proceduto all’identificazione delle partizioni corrispondenti ai titolari via via adottati e delle unità documentarie e quindi alla loro descrizione.
Nell’ambito di questo lavoro, si è preso come elemento base di riferimento non la busta o contenitore, ma, per i motivi di cui si è già detto, il fascicolo, che costituiva, per la stessa Biblioteca Alessandrina, soggetto produttore dell’archivio, l’unità minima significativa utile la gestione degli affari e delle attività.
Delle duecento unità che costituiscono il settore dell’archivio su cui si è svolto l’intervento, non sempre è stato possibile riconoscere il posto nell’ambito del rispettivo titolario. In alcuni casi, per seguire un criterio di omogeneità logica e di funzioni, si è preferito non tener conto della classifica ritrovata sul documento.
Il lavoro di identificazione ha messo in evidenza la stratificazione cronologica degli affari all’interno dei fascicoli, i quali risultano spesso costituiti anche da documenti o da interi incartamenti appartenenti a ordinamenti (titolari) precedenti. Il criterio di spostare in avanti i documenti, noto come “principio di avanzamento della pratica” e comune a molti uffici moderni, tendeva in sostanza a svuotare l'archivio degli anni precedenti, a vantaggio di quello corrente, riutilizzando e quindi attualizzando in tal modo documenti già classificati con categorie di titolari già superati. In questi casi, ai fini del riordinamento si è presa in considerazione l’ultima classificazione attribuita al fascicolo.
Ai fini di un’esauriente descrizione, di ciascun fascicolo si è individuata la denominazione, che eventualmente si è provveduto a integrare con altri elementi esplicativi, si sono indicati il numero d’ordine e il contenitore, necessari per la richiesta in consultazione, gli estremi cronologici, il titolario di riferimento, la classificazione, l’illustrazione del contenuto, per fornire informazioni sull’organizzazione dell’incartamento o sulle tipologie documentarie o notizie particolarmente significative.

Roma, luglio 2011
Paolo Franzese